Fermate il treno! A Ciliverghe.

A quanto pare in questi giorni per gli studenti delle superiori entrare in città in pullman dai nostri paesi è un’avventura non sempre piacevole, tanto per usare un eufemismo. E non mi pare che sia la prima volta. Sicuramente va risolta la situazione attuale e dei prossimi anni scolastici, ma questo può essere uno stimolo per fare una ragionata sul sistema di mezzi pubblici che ci collegano con Brescia. In questi anni si stanno gettando le basi per costruire una rete integrata dei trasporti nella nostra provincia. Tra i progetti c’è il prolungamento della metropolitana cittadina verso la Valtrompia (magari fosse possibile anche verso est…), la creazione di due linee di tram in città (una delle quali fino a Sant’Eufemia), e soprattutto un miglior utilizzo di alcune linee ferroviarie, sulle quali potrebbero essere create delle linee extraurbane, come succede già in moltissime città. In particolare vale per la linea verso la Valcamonica (addirittura con treni ogni 15 minuti fino a Castegnato e ogni 30 fino a Iseo), per il primo tratto della ferrovia verso Parma e Cremona (in attesa del raddoppio dei binari, e addirittura del nuovo tratto che dovrebbe arrivare alla fiera di Montichiari).

Il progetto prevede anche dei treni ogni 30 minuti sui binari “storici” della ferrovia che attraversa Ciliverghe, cosa che sarà possibile una volta realizzato il raddoppio per la Tav (i binari diventeranno infatti 4). La stessa cosa dovrebbe essere realizzata anche verso ovest, dove i binari della Tav già ci sono. In prospettiva quindi potrebbero passare dal nostro territorio dei treni che collegano Desenzano con la città, con una frequenza (probabilmente nelle ore di punta) di 30 minuti. Per maggiori dettagli si veda il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile del Comune di Brescia, frutto del lavoro soprattutto dell’Assessore Federico Manzoni. Condivido in pieno questo progetto, però credo che sarebbe molto utile per il nostro territorio un’ulteriore integrazione.

Il progetto prevede (sulla tratta Desenzano-Brescia) la riattivazione della stazione di Rezzato, che andrebbe ad aggiungersi a quelle di Ponte San Marco e Lonato.

E qui l’idea balzana. Perché non prevedere una fermata anche a Ciliverghe? Ovviamente non una stazione, ma semplicemente una fermata: una banchina con una pensilina, come ce ne sono tante sui tratti extraurbani delle città. Non lo dico assolutamente per spirito di campanilismo o per “pigrizia” nel lasciare a casa l’auto (entro in città quasi tutti i giorni in bicicletta e in centro vado ormai solo con la metro). La questione è che, pensando alle dinamiche del traffico soprattutto nelle ore di punta, difficilmente gli abitanti di Ciliverghe, Molinetto e Mazzano (ma aggiungerei pure Nuvolento e Bedizzole) per entrare in città andrebbero fino alla stazione di Rezzato. Il rischio è che si ripeta quello che già succede per la metro; una volta che uno è salito in auto e ha fatto un po’ di chilometri, magari superando il grosso del traffico, a quel punto arriva direttamente in città. Una semplice fermata a Ciliverghe potrebbe essere un grande incentivo a utilizzare il mezzo pubblico per andare a Brescia per un bacino non insignificante di popolazione. Alleggerendo notevolmente il traffico verso la città e offrendo un’ottima alternativa per i tanti studenti e lavoratori pendolari.

Certo, si parla di tempi lunghi. Quindi è compito della politica. Che deve saper gestire e risolvere il presente, ma anche prospettare e progettare il futuro. Magari una richiesta di integrazione di questo piano arriverà al Comune di Brescia e a chi di dovere. Me la auguro.

 

 

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Ciao Balscioi. Ciao maestro.

Oggi sono 10 anni che Domenico, il Bascioi se ne è andato. Poche ore prima della partenza del viaggio per l’Ucraina, che quell’anno fu ovviamente particolarmente difficile e intenso. Lo voglio ricordare con una fotografia del 2003. Dove lui è di sfondo, sta passando per caso durante la foto di gruppo di noi animatori del Grest di Barvinok. Ma forse in quella foto ci sta il suo stile. Quello umile di chi non vuole apparire ma in realtà ha fatto grandi cose. Quello di chi ha sempre un sorriso sulle labbra quando si trova in mezzo ai ragazzi, che sono stati il motore di tutto. Sono passati 15 anni giusti da quel primo viaggio in Ucraina. Che in un certo senso fu come un “terremoto” nella mia vita. In questi anni ho incontrato centinaia di bambini e ragazzi meravigliosi. Viene da chiedersi quanto tutto questo abbia migliorato le loro vite. Non è certo un dato quantificabile, ma abbiamo provato a fare la nostra parte, e ci si prova ancora, pur con mezzi e tempi decisamente diversi. Ma pensando ai tanti sorrisi visti sul volto di quei bambini e ragazzi, sicuramente ne è valsa la pena. E questo era sicuramente anche il pensiero di Domenico, che ha reso possibile tutto questo. Al telefono mi dicevi sempre “Ciao maestro”, invertendo decisamente i ruoli! Sono io che devo dire a te “grazie maestro”. Ciao Balscioi.

Vergogna! Vero. Infatti mi sto molto vergognando.

Già da alcuni giorni stavo pensando di condividere alcune riflessioni. Su un livello di “disumanità” che mi sembra sempre più palpabile tra le nostre comunità. E la polemica di questi ultimi giorni contro l’invito di don Luigi Ciotti ad indossare sabato scorso delle magliette rosse contro “l’emorragia di umanità” mi ha veramente indignato.

Vabbè che ormai ci stiamo rassegnando al fatto che i social siano diventati il luogo dove molti si sentono liberi di vomitare il loro lato peggiore addosso a chiunque. Ma mi pare si stia decisamente esagerando.

Come si possono condividere dei post (scritti da persone sicuramente in cattiva fede e profondamente ignoranti) dove si grida “vergogna” a persone come don Luigi Ciotti, accusandolo di dedicarsi agli immigrati a scapito dei terremotati, degli italiani senza lavoro, dei disoccupati, dei senzacasa ecc. E facendo la stessa accusa in modo indistinto a migliaia di persone che hanno risposto al suo appello, definendoli “radical chic con il rolex”? A don Luigi Ciotti, che ha speso la sua vita a fianco degli ultimi? O a Alex Zanotelli?

Ma veramente chi arriva a pensare una cosa del genere (o a condividerla) crede di aver dato un contributo per migliorare questo mondo?

Io sabato ho portato una maglietta rossa per pochissimo tempo, perché ho avuto una giornata passata tra casa, bicicletta e una corsa in montagna. E non sono indignato per queste accusa contro di me (anche se scopro solo ora di essere un “radical chic con il rolex”!). Ma per ciò che si sta vomitando contro persone da sempre impegnate nel volontariato, con i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Cioè con le persone.

Ormai si sta facendo una gara a sparare fango su tutti, soprattutto sugli stranieri e su chiunque vede in loro degli esseri umani. Una “gara” stimolata e promossa da politici senza scrupolo che vogliono distrarre l’attenzione della gente dalla loro incapacità di governare, come se questi fossero la causa dei problemi del nostro paese.

E’ il nuovo sport nazionale: sparare accuse su tutto ciò che riguarda l’accoglienza e la solidarietà. In buona parte uno sport praticato soprattutto da chi non ha mai mosso un dito a favore degli altri e della comunità, ma pronto ad accusare chi fa qualcosa di dimenticare altre categorie di “poveri”.

In ogni caso su una cosa sono d’accordo. Sul grido “vergogna”. E’ vero; ultimamente mi sto vergognando parecchio. Mi sto profondamente vergognando di quanta cattiveria ci sia nelle persone. Mi sto vergognando dell’Italia che sta crescendo ogni giorno di più: chiusa, cinica, disumana, rancorosa, arrabbiata, arrogante, capace solo di demolire e di insultare chi costruisce. Io di questa Italia mi vergogno profondamente. Per fortuna so che non è l’unica Italia.
Anzi… per fortuna so che questa non è la vera Italia.

P.S. Non sapevo che foto mettere per questo post. Alla fine ho scelto quella dei giovani di Ipsia (una delle terribili Ong!!!) che passeranno questa estate (a spese loro!) nei campi di volontariato internazionale nei Balcani e in Africa. Eccoli i radical chic con il rolex, che passano le loro vacanze ad “aiutarli a casa loro”. Questa è la vera Italia.

Elezioni 2018: cercasi una politica per il futuro

Si stanno per avvicinare le elezioni politiche del 4 marzo. E finalmente finirà una campagna elettorale quantomeno imbarazzante. La peggiore che abbia mai visto, anche se purtroppo ad ogni elezione sono costretto a fare questa considerazione.

Siamo in un momento storico cruciale, con questioni all’orizzonte di importanza mastodontica. Ci sarebbe da confrontarsi e ragionare per mesi interi su moltissimi temi. Il futuro dell’Europa, il ruolo dell’Italia nello scenario mondiale, la messa in sicurezza delle zone a rischio sismico, le riforme istituzionali, le scelte strategiche in campo economico, le politiche energetiche, le prospettive demografiche, i cambiamenti climatici, il destino del welfare, il consumo del suolo, l’ambiente. E potrei continuare. Ma meglio fermarsi per non farsi prendere dall’angoscia dovuta alla constatazione che di questi temi non si è affatto parlato (se non con qualche vago slogan). Stavo per elencare alcuni degli argomenti sui quali si è dibattuto in queste settimane, ma ho preferito fermarmi. I partiti si sono sfidati in una gara a chi faceva le promesse più irrealizzabili. Nella maggior parte dei cari, proposte che non guardavano al futuro (“faremo”) ma al passato (“aboliremo”). Evitando di dare un minimo di visione del futuro, di esprimere la loro opinione su ciò che è veramente importante per il nostro destino. Cioè evitando di fare politica.

Ci si chiede come è stato possibile arrivare ad un livello così basso. Forse ogni tempo ha i politici che si merita. Siamo nell’epoca del rancore, della rabbia, dell’indifferenza e dell’arroganza di chi pensa di aver capito tutto del mondo e di essere in grado di saper far tutto (basta fare un tour sui social). Quindi figuriamoci se si cerca di valutare la classe politica per ciò che propone o per come ha governato.

In ogni caso anche questa campagna elettorale fa emergere che c’è un grande bisogno di politica. Di politica vera. Alta. Capace di disegnare il futuro, di prospettare un sogno. Una politica capace di gestire e risolvere i problemi, e non di cavalcarli per speculare (elettoralmente) su di essi. Rispondendo alla rabbia e alla disperazione della gente con bugie e falsi slogan che parlano solo alla pancia delle persone, con il solo obiettivo di avere qualche voto in più.

In ogni caso mai come ora, politicamente parlando, mi sento orfano. Sicuramente orfano di un partito e di un progetto credibile. Ma ancora di più, orfano di una buona politica. E forse questa fatica di ritrovarsi in un partito (anche per chi, come me, ha quasi sempre avuto in tasca una tessera di partito) è proprio dovuta a questa assenza di progettualità e di visione del futuro. Ho ben presente la tradizione politica nella quale mi riconosco, ma non trovo nessun partito che rappresenti un progetto nel quale identificarmi.

Ma in tutto questo la fiducia non può mancare. Per questo faccio mie le parole di don Tonino Bello: “Chi spera cammina, non fugge! Si incarna nella storia! Costruisce il futuro, non lo attende soltanto! Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma! Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare. Cambia la storia, non la subisce!“. E queste parole ricordano che la politica non va solo “aspettata”, ma va costruita insieme. Una politica vera. Perché per costruire un futuro con più pace, giustizia, solidarietà, sviluppo, rispetto dell’ambiente (e potrei continuare) c’è bisogno di politica. Una buona politica. Fatta da tutti.

 

Sì, il popolo italiano va difeso!

Adesso provo a fare un ragionamento contorto… come sempre insomma!

Ultimamente molti sostengono che il futuro del popolo italiano sia a rischio.
E’ vero.

Ovviamente chi lo dice lo fa additando come causa di tutti i mali l’arrivo degli immigrati. Ai quali stiamo dando colpa per tutto ciò che è successo da Pipino il Breve in poi!
Il popolo italiano sarà anche a rischio, ma non certo per quei poveri disperati che arrivano da noi cercando di scappare da guerre e miserie. L’Italia e tutto ciò che rappresenta, è seriamente a rischio a causa di alcuni atteggiamenti che non riconosco come tipici degli italiani.
Sia ben chiaro… il mito degli “italiani brava gente” spesso è una caricatura che non trova conferme nella storia. Andiamo a vedere cosa abbiamo combinato quando – noi sì che lo abbiamo fatto per davvero – abbiamo “invaso” alcuni stati africani e abbiamo compiuto vere e proprie stragi contro innocenti, addirittura guadagnando il non invidiabile primato di essere stati i primi al mondo ad utilizzare del gas contro i civili… Eppure per fortuna l’Italia è ben altro. In quasi tutti i paesi nei quali sono stato, gli italiani sono sinonimo di generosità, solidarietà, coraggio, voglia di fare, creatività, “sapersi arrangiare” e molto altro. E tutto questo oggi c’è ancora. Lungi da me fare il disfattista.
Ma è preoccupante vedere come molte persone in questo periodo stiano distruggendo tutto questo, che è il vero spirito del popolo italiano.
Lo stanno distruggendo coloro che giustificano un razzista delinquente che spara a delle persone (non a dei migranti, ma a delle persone umane). Sono un rischio per lo spirito italiano coloro che leggono qualunque cosa solo con le lenti del pregiudizio e del razzismo, credendo in modo acritico a quei politici che sputano rabbia e rancore solo per avere qualche voto in più. Sono un rischio per lo spirito italiano quelli che sono indifferenti a tutto, anche alle sofferenze e alle miserie più grandi, ergendosi a giudici di tutti dall’alto della loro presunta sapienza. Sono un rischio per lo spirito italiano coloro che vivono nel rancore e nell’odio verso il diverso, pensando solo a se stessi. Sono un rischio i venditori di paura, che pur di avere qualche voto in più raccontano una verità quanto meno distorta. Per esempio perché nessuno racconta che negli ultimi 25 anni gli omicidi in Italia sono quasi crollati, passando dai 1916 del ’92 ai 397 del 2016? Stessa cosa per tutti gli altri tipi di reati (tranne i furti negli appartamenti, che sono effettivamente in aumento).

Coraggio, fate pace con la vita, e ricordate che per costruire qualcosa si parte dalle persone e da un progetto, non dalla distruzione dell’altro e dalla paura. Mi spiace molto, ma io dell’Italia che volete difendere (magari giustificando un terrorista che spara a degli innocenti per strada), non ne voglio proprio sapere.
Solitamente tutti quelli che si allarmano perché il popolo italiano è a rischio, mi sembra che vogliano difendere un’Italia nella quale io non mi riconosco. E che non voglio assolutamente.

Quindi adesso, il colpo di scena!
È vero. Il popolo italiano va assolutamente difeso, pena la sua scomparsa.
Ma va difeso dalla paura, dal rancore, dall’odio, dal razzismo e dall’intolleranza.

Una comunità educante?

Pensieri sparsi. Sono quelli che vengono alla mente in riferimento ai recenti fattacci successi nella comunità di Molinetto, dove alcuni preadolescenti e adolescenti stanno cercando di farsi notare in quanto a bullismo.

Come molti già hanno fatto notare, questi fatti tirano in ballo soprattutto la comunità educativa. Tutta la comunità, non i soli genitori di questi ragazzi. Perché questa è una questione educativa, prima ancora di essere una faccenda relativa solo al tema della sicurezza e del controllo. Coinvolgere le forze dell’ordine va bene; sicuramente devono fare il loro mestiere. Ma attenzione a non buttare addosso a loro compiti che sono prettamente educativi. Oggi chi deve interrogarsi è tutto il mondo adulto: genitori, insegnanti, catechisti, allenatori. Ma non solo coloro che hanno un ruolo educativo “ufficiale”. Perché come diceva un vecchio proverbio africano “per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”. E questa cosa è vera più che mai oggi e con i ragazzi. Perché è tutta la comunità che fa passare certi messaggi e certi “stili” di comportamento.
E come dice il pedagogista Alberto Pellai (sono andato a rileggermi un suo post di alcuni mesi fa) “dovremmo chiederci come e dove hanno imparato che diventare potenti con la prepotenza è meglio che conquistare reale potere d’azione grazie alla competenza”.
Purtroppo ultimamente il mondo adulto non sta certo dando un grande esempio ai ragazzi. Stiamo creando delle comunità piene di arroganza e di individualismo. Di indifferenza verso gli altri e di incapacità di vivere gli spazi comuni. Delle comunità enormemente divise, incapaci di ascolto e di dialogo, dove la logica è “chi non è con me è un nemico”. Dove passa costantemente il messaggio che si può avere e fare tutto ciò che si vuole. E subito.
C’è bisogno di maggior umiltà, di capacità di ascolto e dialogo. Abbiamo bisogno di luoghi (fisici e relazionali) dove i ragazzi possano trovarsi e crescere. Luoghi positivi dove si possa respirare un clima positivo e dove tutti gli adulti si sentano parte di una comunità educativa. Sicuramente che “vigila”. Ma soprattutto che accoglie e dialoga. Nella fatica di farlo con i preadolescenti e adolescenti di oggi. Ma non per questo è concesso abdicare al proprio ruolo di adulti (quindi di educatori). Purtroppo nella nostra comunità questi luoghi mancano o sono in forte crisi (in primis gli oratori).
Ma sarebbe scorretto vedere solo gli aspetti negativi. Da parte di molti c’è una consapevolezza maggiore del proprio ruolo educativo. C’è molta voglia di formarsi, di confrontarsi e di mettersi in discussione. Ci sono molte energie e risorse sul territorio.
Probabilmente non basta. Forse si paga l’assenza di guida e di stimolo da parte di chi dovrebbe avere un ruolo simile nella comunità…
Abbiamo davanti un bel lavoro da fare. Buon cammino!

 

 

 

 

 

Costruire comunità.

La comunità e le relazioni. E’ stato il tema dell’ultimo degli “Incontri nel chiostro” che abbiamo organizzato con gli amici del Circolo Acli Medio Chiese a Gavardo. Riflessioni interessanti di Ivo Lizzola e don Fabio Corazzina che ho ripreso in mano in questi giorni. Molto attuali. Provo a riportare una sintesi disordinata degli spunti più interessanti, con qualche considerazione finale.

Essere comunità significa avere un progetto comune. Sapere che non abbiamo solo una vita privata, ma anche una vita comune con altre persone. Che a volte si affidano a noi. E a volte siamo noi che ci affidiamo a loro. Nella consapevolezza di essere tutti fragili. E serve che si riconosca questa vita comune che ci lega gli uni agli altri. La comunità non può essere statica, alla ricerca della riproposizione di regole e abitudini del passato, per cercare di creare una falsa identità, che invece deve crescere nell’avere un sogno comune per il futuro.
Oggi invece ci pensiamo separati dagli altri. In una società divisa tra coloro che meritano e coloro che non meritano. Pensiamo di essere creditori verso la società, non debitori. Siamo in un tempo d’esodo, di attraversamento e di cambiamento. E in questo tempo per fare comunità bisogna costruire l’evidenza del valore della prossimità, del fatto che si è gli uni gli altri profondamente legati, debitori verso l’altro. Posso sperare nel futuro solo se possiamo contare l’uno sull’altro. Questo vuol dire non aver paura di essere fragili. Si scopre la vita comune come ciò che dà gusto all’esistenza, e ciò che risponde ai bisogni.
Ma l’esodo è esperienza di libertà. Mi libero se ho uno sguardo nuovo, diverso. Spesso invece lo sguardo delle nostre comunità è negativo, incapace di vedere le positività.
C’è una grande solitudine, anche spirituale e sociale. Eppure le persone hanno il bisogno di partecipare. E il “noi” uno se lo cerca. Spesso in modo sbagliato, appoggiandosi a delle appartenenze che sono identitarie (fatte di conservazione e tradizione) ma che non mettono al centro la persona. Allora il problema è la trasformazione della comunità in “io collettivo”. E non in uno spazio di incontro, dove prevalga lo sguardo fraterno.
Serve cambiare lo sguardo verso gli altri, in modo che ognuno riesca a vedere la sua possibile attivazione come elemento generatore. Mentre prima si vedevano solo preoccupazioni e bisogni. La nuova prospettiva (in questo esodo) è lo stare dentro i problemi senza vittimizzarci, essendo risorsa anche da fragili. Con scambi tra persone che hanno fragilità diverse. E che così facendo costruiscono identità che hanno la necessità di incontrare, non di difendersi. Perché sono le identità fragili che hanno bisogno di sentirsi difese. Le identità ben costituite non ne hanno bisogno. Le identità forti non hanno problemi a incontrare l’altro. Anzi… ne hanno bisogno per capire la storia dell’altro. Non si va da nessuna parte se si continua a incontrare se stessi e i vicini. Non si cresce, ma si replica. Non si genera.

Apparentemente sembrano riflessioni molto astratte. Invece sono molto concrete, e ci interrogano su come viviamo il nostro essere parte di una comunità. E si scoprono tante piccole esperienze e modalità che riescono a essere generative. Che cercano di creare e costruire un “noi”, disegnando scenari di futuro. Di chi vive la sua relazione con l’altro e con la comunità nella prospettiva di poter essere una risorsa, nell’ottica di aiutarsi e sostenersi reciprocamente nelle fragilità (e potenzialità) che tutti abbiamo.
Peccato che molti invece intendano la comunità come occasione per emergere e per ergersi continuamente a giudici che hanno già capito tutto. Pretendendo solo di ricevere e mai dando nulla agli altri. Per chiudersi al diverso e a chi è più fragile in nome di una presunta e arrogante superiorità e autosufficienza.
Ma siamo in un tempo di esodo, cioè di cambiamento e di passaggio. E sono i generativi coloro che sapranno indicare la strada del futuro.