Iran: un paese e un popolo da scoprire

Il verso del poeta persiano Saʿdi di Shiraz “un viaggiatore senza osservazione è come un uccello senza ali”, esprime bene lo spirito del viaggio in Iran, fatto dall’11 al 18 ottobre al termine del corso di geopolitica Fabula delle Acli e di Ipsia. Il corso è nato nel 2010 con l’obiettivo di raccontare il mondo, soprattutto dal punto di vista delle relazioni internazionali, ma per capire fino in fondo le dinamiche geopolitiche è senz’altro molto utile anche visitare i luoghi che si vogliono conoscere, incontrando persone e culture. E in questo sta probabilmente la differenza principale tra il turista e il viaggiatore.

Fin dall’arrivo a Teheran, capitale di circa 12 milioni di abitanti, le sensazione dei 30 partecipanti è quella di un mix tra il caos di un traffico anarchico e la compostezza e serenità che traspare dagli iracheni. L’impressione di efficienza, pulizia e ordine delle infrastrutture e di tutti gli spazi pubblici, viene confermata anche uscendo dalla capitale, attraversando periferie, aree rurali e centri minori. Se non fosse per il traffico caotico, per l’alfabeto in farsi e per una vegetazione differente rispetto alla nostra, sembrerebbe di trovarsi in una città europea. Dopo Teheran il viaggio ha fatto tappa a Shiraz e Isfahan, due delle principali città del paese. I numerosi siti archeologici raccontano di una grandissima civiltà, che fin dal II millennio a.C. ha saputo creare un impero particolarmente esteso e tollerante nei confronti dei popoli conquistati. Gli affascinanti resti di Persepoli spingono la fantasia a immaginarsi tra i sontuosi palazzi addobbati per la festa durante la quale le delegazioni di tutti i popoli appartenenti all’antica Persia portavano i loro doni agli imperatori, come raccontato dai centinaia di bassorilievi. Quella persiana è un’identità forte negli iraniani, che convive con l’Islam sciita. Le decorazioni con le quali sono coperte le grandi e piccole moschee che si trovano nel paese, sono testimonianza del periodo che per l’Iran è stato un vero e proprio rinascimento culturale, coincidente con il nostro medioevo. Stessa cosa per i sontuosi e lussuosi palazzi costruiti sotto le varie dinastiche che si sono succedute nella storia iraniana. Tutti palazzi circondati da splendidi giardini persiani che rievocano le atmosfere da “Mille e una notte”. Se però gli occhi sono quelli del viaggiatore e non del turista, la cosa che in assoluto resta più impressa nel cuore sono gli iraniani. Un popolo incredibilmente accogliente e sereno, desideroso di far conoscere e apprezzare agli stranieri il proprio territorio, per sconfessare un immaginario negativo che troppo spesso ha dipinto l’Iran come arretrato, insicuro e chiuso. Un atteggiamento che è palpabile soprattutto nei giovani (l’età media degli 80 milioni di abitanti è di 31 anni, rispetto ai 45 dell’Italia); ogni volta che si incrocia un loro sguardo, parte subito un sorriso, un caloroso benvenuto che cerca di instaurare una discussione. E sono sguardi sinceri e affabili. Un popolo fiero e orgoglioso della propria storia e della propria identità persiana, e capace di vivere in maniera splendida i tanti e bellissimi spazi pubblici. I ponti pedonali e l’enorme piazza di Isfahan (seconda al mondo per estensione solo a Tienenmen), sono piene di centinaia di persone che in modo composto e sereno chiacchierano, bevono un tè e fanno un pic-nic sugli spazi verdi. Un atteggiamento che si coglie anche dall’amore per la poesia; la tomba di Hafez, il più importante poeta iraniano, è uno dei luoghi più frequentati di Teheran e meta costante di pellegrinaggio. L’occhio e il cuore del viaggiatore non possono non cogliere anche i molti contrasti che ci sono. Quelli tra le oasi verdi e fertili (a tratti sembra di essere nella campagna bresciana, con distese di granoturco e moderni trattori) circondate dal deserto e da monti sui quali non cresce neppure un filo d’erba. O quello tra una società per molti aspetti laica, aperta e tollerante (interessante a tal proposito la visita a una delle numerose comunità cristiane armene presenti nel paese) e un sistema politico lontano dall’essere una democrazia compiuta, che affianca regole rigide sui comportamenti “esterni” (vige l’obbligo del velo per le donne e dei pantaloni lunghi per gli uomini) a un culto per i martiri, quelli dell’Islam come quelli della recente guerra (dal 1980 al 1988) con l’Iraq.  Un viaggio che è stato molto di più di semplice turismo, che ha permesso di incontrare una società e una cultura che meritano assolutamente di essere visitati, scoperti e incontrati.

 

 

 

 

Buona Epifania. E buon cammino!

Buona Epifania a tutti.

Con un augurio.

L’Epifania, come ricorda padre Ermes Ronchi, è la “festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia. «Alza il capo e guarda»”. Questa giornata è dunque un invito. A mettersi sempre alla ricerca, in un cammino che deve durare tutta la vita. Perché nessuno si consideri ormai arrivato. O al contrario, chiuda completamente le porte all’Altro, privando la propria esistenza di una dimensione fondamentale, quella della trascendenza.

In cammino nonostante tutto. Nonostante una cultura diffusa che considera il “ben-avere” prioritario rispetto al “ben-essere”. Nonostante spesso nella Chiesa sembra non si trovino le risposte alle domande del nostro tempo, o si fatichi a capire il senso di una istituzione che non sempre riesce a trasmettere il messaggio meraviglioso e dirompente del Vangelo.

Ma oggi l’Epifania ci ricorda l’importanza e la bellezza del mettersi in cammino, insieme ad altri compagni di viaggio. Guardando al cielo, ma prestando attenzione anche a coloro che camminano con noi. E a coloro che incontriamo sul nostro cammino, perché in loro potrebbe esserci la risposta e il senso del nostro cercare. Non lasciatevi abbattere o fermare in questa ricerca dalla presenza di qualche dubbio. Anzi; dovrebbe essere uno stimolo per interrogarsi e approfondire ancora di più.

Auguro dunque a tutti oggi di rimettersi in cammino, o di continuarlo. Tutti insieme seguendo le stelle. Buona Epifania!

 

 

Fermate il treno! A Ciliverghe.

A quanto pare in questi giorni per gli studenti delle superiori entrare in città in pullman dai nostri paesi è un’avventura non sempre piacevole, tanto per usare un eufemismo. E non mi pare che sia la prima volta. Sicuramente va risolta la situazione attuale e dei prossimi anni scolastici, ma questo può essere uno stimolo per fare una ragionata sul sistema di mezzi pubblici che ci collegano con Brescia. In questi anni si stanno gettando le basi per costruire una rete integrata dei trasporti nella nostra provincia. Tra i progetti c’è il prolungamento della metropolitana cittadina verso la Valtrompia (magari fosse possibile anche verso est…), la creazione di due linee di tram in città (una delle quali fino a Sant’Eufemia), e soprattutto un miglior utilizzo di alcune linee ferroviarie, sulle quali potrebbero essere create delle linee extraurbane, come succede già in moltissime città. In particolare vale per la linea verso la Valcamonica (addirittura con treni ogni 15 minuti fino a Castegnato e ogni 30 fino a Iseo), per il primo tratto della ferrovia verso Parma e Cremona (in attesa del raddoppio dei binari, e addirittura del nuovo tratto che dovrebbe arrivare alla fiera di Montichiari).

Il progetto prevede anche dei treni ogni 30 minuti sui binari “storici” della ferrovia che attraversa Ciliverghe, cosa che sarà possibile una volta realizzato il raddoppio per la Tav (i binari diventeranno infatti 4). La stessa cosa dovrebbe essere realizzata anche verso ovest, dove i binari della Tav già ci sono. In prospettiva quindi potrebbero passare dal nostro territorio dei treni che collegano Desenzano con la città, con una frequenza (probabilmente nelle ore di punta) di 30 minuti. Per maggiori dettagli si veda il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile del Comune di Brescia, frutto del lavoro soprattutto dell’Assessore Federico Manzoni. Condivido in pieno questo progetto, però credo che sarebbe molto utile per il nostro territorio un’ulteriore integrazione.

Il progetto prevede (sulla tratta Desenzano-Brescia) la riattivazione della stazione di Rezzato, che andrebbe ad aggiungersi a quelle di Ponte San Marco e Lonato.

E qui l’idea balzana. Perché non prevedere una fermata anche a Ciliverghe? Ovviamente non una stazione, ma semplicemente una fermata: una banchina con una pensilina, come ce ne sono tante sui tratti extraurbani delle città. Non lo dico assolutamente per spirito di campanilismo o per “pigrizia” nel lasciare a casa l’auto (entro in città quasi tutti i giorni in bicicletta e in centro vado ormai solo con la metro). La questione è che, pensando alle dinamiche del traffico soprattutto nelle ore di punta, difficilmente gli abitanti di Ciliverghe, Molinetto e Mazzano (ma aggiungerei pure Nuvolento e Bedizzole) per entrare in città andrebbero fino alla stazione di Rezzato. Il rischio è che si ripeta quello che già succede per la metro; una volta che uno è salito in auto e ha fatto un po’ di chilometri, magari superando il grosso del traffico, a quel punto arriva direttamente in città. Una semplice fermata a Ciliverghe potrebbe essere un grande incentivo a utilizzare il mezzo pubblico per andare a Brescia per un bacino non insignificante di popolazione. Alleggerendo notevolmente il traffico verso la città e offrendo un’ottima alternativa per i tanti studenti e lavoratori pendolari.

Certo, si parla di tempi lunghi. Quindi è compito della politica. Che deve saper gestire e risolvere il presente, ma anche prospettare e progettare il futuro. Magari una richiesta di integrazione di questo piano arriverà al Comune di Brescia e a chi di dovere. Me la auguro.

 

 

Ciao Balscioi. Ciao maestro.

Oggi sono 10 anni che Domenico, il Bascioi se ne è andato. Poche ore prima della partenza del viaggio per l’Ucraina, che quell’anno fu ovviamente particolarmente difficile e intenso. Lo voglio ricordare con una fotografia del 2003. Dove lui è di sfondo, sta passando per caso durante la foto di gruppo di noi animatori del Grest di Barvinok. Ma forse in quella foto ci sta il suo stile. Quello umile di chi non vuole apparire ma in realtà ha fatto grandi cose. Quello di chi ha sempre un sorriso sulle labbra quando si trova in mezzo ai ragazzi, che sono stati il motore di tutto. Sono passati 15 anni giusti da quel primo viaggio in Ucraina. Che in un certo senso fu come un “terremoto” nella mia vita. In questi anni ho incontrato centinaia di bambini e ragazzi meravigliosi. Viene da chiedersi quanto tutto questo abbia migliorato le loro vite. Non è certo un dato quantificabile, ma abbiamo provato a fare la nostra parte, e ci si prova ancora, pur con mezzi e tempi decisamente diversi. Ma pensando ai tanti sorrisi visti sul volto di quei bambini e ragazzi, sicuramente ne è valsa la pena. E questo era sicuramente anche il pensiero di Domenico, che ha reso possibile tutto questo. Al telefono mi dicevi sempre “Ciao maestro”, invertendo decisamente i ruoli! Sono io che devo dire a te “grazie maestro”. Ciao Balscioi.

Vergogna! Vero. Infatti mi sto molto vergognando.

Già da alcuni giorni stavo pensando di condividere alcune riflessioni. Su un livello di “disumanità” che mi sembra sempre più palpabile tra le nostre comunità. E la polemica di questi ultimi giorni contro l’invito di don Luigi Ciotti ad indossare sabato scorso delle magliette rosse contro “l’emorragia di umanità” mi ha veramente indignato.

Vabbè che ormai ci stiamo rassegnando al fatto che i social siano diventati il luogo dove molti si sentono liberi di vomitare il loro lato peggiore addosso a chiunque. Ma mi pare si stia decisamente esagerando.

Come si possono condividere dei post (scritti da persone sicuramente in cattiva fede e profondamente ignoranti) dove si grida “vergogna” a persone come don Luigi Ciotti, accusandolo di dedicarsi agli immigrati a scapito dei terremotati, degli italiani senza lavoro, dei disoccupati, dei senzacasa ecc. E facendo la stessa accusa in modo indistinto a migliaia di persone che hanno risposto al suo appello, definendoli “radical chic con il rolex”? A don Luigi Ciotti, che ha speso la sua vita a fianco degli ultimi? O a Alex Zanotelli?

Ma veramente chi arriva a pensare una cosa del genere (o a condividerla) crede di aver dato un contributo per migliorare questo mondo?

Io sabato ho portato una maglietta rossa per pochissimo tempo, perché ho avuto una giornata passata tra casa, bicicletta e una corsa in montagna. E non sono indignato per queste accusa contro di me (anche se scopro solo ora di essere un “radical chic con il rolex”!). Ma per ciò che si sta vomitando contro persone da sempre impegnate nel volontariato, con i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Cioè con le persone.

Ormai si sta facendo una gara a sparare fango su tutti, soprattutto sugli stranieri e su chiunque vede in loro degli esseri umani. Una “gara” stimolata e promossa da politici senza scrupolo che vogliono distrarre l’attenzione della gente dalla loro incapacità di governare, come se questi fossero la causa dei problemi del nostro paese.

E’ il nuovo sport nazionale: sparare accuse su tutto ciò che riguarda l’accoglienza e la solidarietà. In buona parte uno sport praticato soprattutto da chi non ha mai mosso un dito a favore degli altri e della comunità, ma pronto ad accusare chi fa qualcosa di dimenticare altre categorie di “poveri”.

In ogni caso su una cosa sono d’accordo. Sul grido “vergogna”. E’ vero; ultimamente mi sto vergognando parecchio. Mi sto profondamente vergognando di quanta cattiveria ci sia nelle persone. Mi sto vergognando dell’Italia che sta crescendo ogni giorno di più: chiusa, cinica, disumana, rancorosa, arrabbiata, arrogante, capace solo di demolire e di insultare chi costruisce. Io di questa Italia mi vergogno profondamente. Per fortuna so che non è l’unica Italia.
Anzi… per fortuna so che questa non è la vera Italia.

P.S. Non sapevo che foto mettere per questo post. Alla fine ho scelto quella dei giovani di Ipsia (una delle terribili Ong!!!) che passeranno questa estate (a spese loro!) nei campi di volontariato internazionale nei Balcani e in Africa. Eccoli i radical chic con il rolex, che passano le loro vacanze ad “aiutarli a casa loro”. Questa è la vera Italia.

Elezioni 2018: cercasi una politica per il futuro

Si stanno per avvicinare le elezioni politiche del 4 marzo. E finalmente finirà una campagna elettorale quantomeno imbarazzante. La peggiore che abbia mai visto, anche se purtroppo ad ogni elezione sono costretto a fare questa considerazione.

Siamo in un momento storico cruciale, con questioni all’orizzonte di importanza mastodontica. Ci sarebbe da confrontarsi e ragionare per mesi interi su moltissimi temi. Il futuro dell’Europa, il ruolo dell’Italia nello scenario mondiale, la messa in sicurezza delle zone a rischio sismico, le riforme istituzionali, le scelte strategiche in campo economico, le politiche energetiche, le prospettive demografiche, i cambiamenti climatici, il destino del welfare, il consumo del suolo, l’ambiente. E potrei continuare. Ma meglio fermarsi per non farsi prendere dall’angoscia dovuta alla constatazione che di questi temi non si è affatto parlato (se non con qualche vago slogan). Stavo per elencare alcuni degli argomenti sui quali si è dibattuto in queste settimane, ma ho preferito fermarmi. I partiti si sono sfidati in una gara a chi faceva le promesse più irrealizzabili. Nella maggior parte dei cari, proposte che non guardavano al futuro (“faremo”) ma al passato (“aboliremo”). Evitando di dare un minimo di visione del futuro, di esprimere la loro opinione su ciò che è veramente importante per il nostro destino. Cioè evitando di fare politica.

Ci si chiede come è stato possibile arrivare ad un livello così basso. Forse ogni tempo ha i politici che si merita. Siamo nell’epoca del rancore, della rabbia, dell’indifferenza e dell’arroganza di chi pensa di aver capito tutto del mondo e di essere in grado di saper far tutto (basta fare un tour sui social). Quindi figuriamoci se si cerca di valutare la classe politica per ciò che propone o per come ha governato.

In ogni caso anche questa campagna elettorale fa emergere che c’è un grande bisogno di politica. Di politica vera. Alta. Capace di disegnare il futuro, di prospettare un sogno. Una politica capace di gestire e risolvere i problemi, e non di cavalcarli per speculare (elettoralmente) su di essi. Rispondendo alla rabbia e alla disperazione della gente con bugie e falsi slogan che parlano solo alla pancia delle persone, con il solo obiettivo di avere qualche voto in più.

In ogni caso mai come ora, politicamente parlando, mi sento orfano. Sicuramente orfano di un partito e di un progetto credibile. Ma ancora di più, orfano di una buona politica. E forse questa fatica di ritrovarsi in un partito (anche per chi, come me, ha quasi sempre avuto in tasca una tessera di partito) è proprio dovuta a questa assenza di progettualità e di visione del futuro. Ho ben presente la tradizione politica nella quale mi riconosco, ma non trovo nessun partito che rappresenti un progetto nel quale identificarmi.

Ma in tutto questo la fiducia non può mancare. Per questo faccio mie le parole di don Tonino Bello: “Chi spera cammina, non fugge! Si incarna nella storia! Costruisce il futuro, non lo attende soltanto! Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma! Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare. Cambia la storia, non la subisce!“. E queste parole ricordano che la politica non va solo “aspettata”, ma va costruita insieme. Una politica vera. Perché per costruire un futuro con più pace, giustizia, solidarietà, sviluppo, rispetto dell’ambiente (e potrei continuare) c’è bisogno di politica. Una buona politica. Fatta da tutti.

 

Sì, il popolo italiano va difeso!

Adesso provo a fare un ragionamento contorto… come sempre insomma!

Ultimamente molti sostengono che il futuro del popolo italiano sia a rischio.
E’ vero.

Ovviamente chi lo dice lo fa additando come causa di tutti i mali l’arrivo degli immigrati. Ai quali stiamo dando colpa per tutto ciò che è successo da Pipino il Breve in poi!
Il popolo italiano sarà anche a rischio, ma non certo per quei poveri disperati che arrivano da noi cercando di scappare da guerre e miserie. L’Italia e tutto ciò che rappresenta, è seriamente a rischio a causa di alcuni atteggiamenti che non riconosco come tipici degli italiani.
Sia ben chiaro… il mito degli “italiani brava gente” spesso è una caricatura che non trova conferme nella storia. Andiamo a vedere cosa abbiamo combinato quando – noi sì che lo abbiamo fatto per davvero – abbiamo “invaso” alcuni stati africani e abbiamo compiuto vere e proprie stragi contro innocenti, addirittura guadagnando il non invidiabile primato di essere stati i primi al mondo ad utilizzare del gas contro i civili… Eppure per fortuna l’Italia è ben altro. In quasi tutti i paesi nei quali sono stato, gli italiani sono sinonimo di generosità, solidarietà, coraggio, voglia di fare, creatività, “sapersi arrangiare” e molto altro. E tutto questo oggi c’è ancora. Lungi da me fare il disfattista.
Ma è preoccupante vedere come molte persone in questo periodo stiano distruggendo tutto questo, che è il vero spirito del popolo italiano.
Lo stanno distruggendo coloro che giustificano un razzista delinquente che spara a delle persone (non a dei migranti, ma a delle persone umane). Sono un rischio per lo spirito italiano coloro che leggono qualunque cosa solo con le lenti del pregiudizio e del razzismo, credendo in modo acritico a quei politici che sputano rabbia e rancore solo per avere qualche voto in più. Sono un rischio per lo spirito italiano quelli che sono indifferenti a tutto, anche alle sofferenze e alle miserie più grandi, ergendosi a giudici di tutti dall’alto della loro presunta sapienza. Sono un rischio per lo spirito italiano coloro che vivono nel rancore e nell’odio verso il diverso, pensando solo a se stessi. Sono un rischio i venditori di paura, che pur di avere qualche voto in più raccontano una verità quanto meno distorta. Per esempio perché nessuno racconta che negli ultimi 25 anni gli omicidi in Italia sono quasi crollati, passando dai 1916 del ’92 ai 397 del 2016? Stessa cosa per tutti gli altri tipi di reati (tranne i furti negli appartamenti, che sono effettivamente in aumento).

Coraggio, fate pace con la vita, e ricordate che per costruire qualcosa si parte dalle persone e da un progetto, non dalla distruzione dell’altro e dalla paura. Mi spiace molto, ma io dell’Italia che volete difendere (magari giustificando un terrorista che spara a degli innocenti per strada), non ne voglio proprio sapere.
Solitamente tutti quelli che si allarmano perché il popolo italiano è a rischio, mi sembra che vogliano difendere un’Italia nella quale io non mi riconosco. E che non voglio assolutamente.

Quindi adesso, il colpo di scena!
È vero. Il popolo italiano va assolutamente difeso, pena la sua scomparsa.
Ma va difeso dalla paura, dal rancore, dall’odio, dal razzismo e dall’intolleranza.